Arte, mercato e contemporaneità: Palin parla con Mariolina Bassetti, Chairman di Christie’s Italia e del reparto Post War & Contemporary

Palin parla con Mariolina Bassetti, Chairman di Christie’s Italia, storica casa d’aste londinese, a capo del reparto Post War & Contemporary, con la quale si è parlato di arte, mercato e contemporaneità.

Tutti siamo abituati a concepire l’asta come un fenomeno relativamente contemporaneo, non molti sanno però che il concetto di ‘asta’ risale addirittura all’antica Roma.

Dal latino subhastaremettere all’asta, l’asta ai tempi era letteralmente un’asta in legno conficcata nel terreno, luogo simbolico in cui venivano venduti i bottini di guerra. Con il tempo le razzie sono diminuite e il mercato dell’arte si è istituzionalizzato, fino alla nascita delle grandi case d’aste come Christie’s, nata a Londra nel 1766 e tutt’oggi leader del mercato d’arte intercontinentale.

Daria Ortolani e Martina Trocano hanno incontrato Mariolina Bassetti, Chairman di Christie’s Italia.

La casa d’aste Christie’s nasce nel 1766. Recentemente, nel 1998, viene acquistata dall’industriale francese Francois Pinault; dal momento che la casa d’aste diventa proprietà di un privato, non si rischia di fare gli interessi del maggior detentore del pacchetto d’azioni?

Lavoro da Christie’s dal 1987 e quindi ho vissuto il passaggio della vendita delle azioni a Pinault. È una persona di ampie vedute, pieno di idee ed entusiasmo. Noi non facciamo gli interessi di un unico padrone, ma della società: da allora non è cambiato molto, semmai abbiamo una maggiore sicurezza perché la responsabilità è in mano a un’unica persona e abbiamo quindi un referente diretto. Francois Pinault è un grandissimo collezionista e mecenate d’arte: sicuramente la sua scelta è stata dettata più da una passione che da un interesse.

Raccontaci un po’ del tuo percorso: cosa significa essere Chairman e come sei arrivata a ricoprire questo ruolo?

Inizialmente mi sono laureata in Lingue e Letterature straniere, ma l’arte è sempre stata una mia grande passione.

Mi sono imbattuta in Christie’s dopo la mia laurea poiché desideravo fare un regalo a mio padre che aveva finanziato i miei studi: ho ricevuto un catalogo Christie’s e dopo un’asta ho acquistato un orologio con i miei risparmi. In quell’occasione ho parlato con la segretaria e ne ho approfittato per lasciare il mio curriculum. Dopo un mese mi hanno chiamato e ho iniziato a lavorare nell’ufficio di assistenza al cliente, nel frattempo insegnavo anche francese. Quando poi mi hanno offerto di assumere il ruolo di assistente nel reparto di arte moderna ho cominciato a studiare storia dell’arte dalla mattina alla sera. Nel 1995 sono diventata direttrice del reparto italiano, poi Chairman di Christie’s Italia e poi del reparto di Post War & Contemporary. La mia passione era finalmente diventata un lavoro. 

La formazione che occorre è senza dubbio diversificata: bisogna saperne di legge, di amministrazione, di finanza, di arte ovviamente, ma anche di psicologia; io incontro i clienti e li convinco a vendere, così i compratori ad acquistare. Parlo di psicologia anche perché spesso una vendita può essere legata a una ‘tragedia’ di fronte alla quale mi trovo a mediare: questa è una leggenda del mercato dell’arte, dietro a una vendita può nascondersi la «legge delle tre D», divorzio, decesso e debito. 

Lavorare da Christie’s significa lavorare in un sistema costituito da tanti microcosmi, fatti di rapporti e reti sociali: quando mi affidano un’opera per la vendita è come vivere un’avventura con il venditore, e può durare per tre o quattro mesi. Spesso questi clienti sono poi diventati miei grandi amici.

Dunque il rapporto tra casa d’asta, collezionista e artista è sempre più stretto, tant’è che esistono molti dipartimenti, ma anche servizi aggiuntivi o eventi volti a fidelizzare il cliente: ci spiegheresti meglio come funzionano queste dinamiche interne?

Noi ci occupiamo di mercato secondario, siamo degli intermediari: mettiamo in contatto un venditore, che quindi ha già acquistato da un artista o da un gallerista, con un compratore. I servizi aggiuntivi sono molteplici, vanno dal marketing, oggi sempre più in aumento, al consiglio amministrativo all’assistenza legale. Con l’avvento della pandemia abbiamo dovuto migliorare tutti i servizi digitali perché il numero delle aste online è aumentato enormemente. Ci sono delle aste importanti che si tengono in presenza, ma sono completamente diverse: se un tempo le aste di New York ospitavano in sala circa settecento persone, oggi nessuno può accedervi. Ora esistono delle aste online con più sedi in diretta come quelle di Parigi, Londra e New York e Hong Kong che interagiscono tra di loro. Sono cambiate anche le modalità di presentazione di un’opera: se prima si offriva la copertina per convincere un cliente alla consegna, ora c’è un ‘super zoom’ che è in grado di aumentare di cinquecento volte le dimensioni di un’opera, come anche la realtà ingrandita che permette di proiettare l’opera in casa. 

Oggi non possiamo più associare l’arte esclusivamente a un oggetto, che sia un dipinto, una scultura o un gioiello: abbiamo conosciuto performance, happenings, site-specific, arte relazionale, processi ed esperienze artistiche. Già nel 1934 il filosofo americano John Dewey pubblicava Art as an experience e associava l’arte a una esperienza, per l’appunto. Come si pone il mercato dell’arte di fronte a queste manifestazioni artistiche meno vendibili, quale può essere un’esperienza?

Questo è un discorso molto più ampio, ma se parliamo di mercato, penso alla performance e alla sua commerciabilità tramite foto o video. Anche noi vendiamo questi materiali, ma è una scelta dell’artista rendere commercializzabile una tale opera in un certo formato. Mi viene in mente la performance che Marina Abramovic ha voluto commercializzare con noi ad ottobre: lei aveva deciso di digitalizzarla attraverso una proiezione olografica, quindi per assistere alla performance, ripetibile all’infinito, occorreva indossare una maschera.

Oggi siamo andati ancora oltre, con la criptoarte: l’opera del designer Beeple, Everyday’s the first 5000 days, andata in asta a New York, è partita da un prezzo di 100 dollari ed è stata venduta a più di 69 mln di dollari. La criptoarte in generale ha sollevato opinioni, positive e negative: solo il futuro ci potrà rivelare se rimarrà nella storia dell’arte, a mio avviso sì, ma conterà il tipo di proprietà, non solo autoriale, ma anche legislativa. Essendo un fenomeno giovane, anche noi di Christie’s stiamo cercando nuove forme per poter commercializzare secondo la legge queste nuove opere. 

L’opera di Beeple è un codice custodito nella famosa nuvola: acquistando il codice si diventa proprietari del diritto a riprodurla in qualsiasi forma. L’opera è un Non Fungible Token (NFT), un garante della sicurezza e dell’autenticità dell’ultima. Nella futura asta di maggio serale di New York, la più importante della stagione, ci saranno delle opere di cripto punk già stimate tra i 7 e i 10 mln di dollari.

Già nel 2018 Christie’s aveva scommesso vendendo il ritratto di Edmond Belamy, realizzato da un algoritmo creato dal collettivo francese Obvious…

Un vero e proprio oggetto appartenente però alla serie cripotarte in quanto NFT, anche in questo caso è stato acquistato un codice. Ciò che è collegato all’NFT può essere qualsiasi cosa, un oggetto, un’immagine digitale, è il concetto dell’opera che è diverso.

Come ha reagito Christie’s di fronte all’avvento della pandemia? Ci sono nuove sfide o dinamiche adottate durante la pandemia che porterete avanti anche una volta usciti da questa fase storica?

La pandemia ha accelerato tutto nel mondo e le modalità elaborate sono state molto fruttuose: il mondo del mercato dell’arte ha risentito meno della pandemia perché la liquidità è aumentata così come i nuovi patrimoni, come quello digitale. Sin dal 1700 l’arte è stato un bene sintomo di ricchezza: nel corso della storia un popolo si è sempre avvicinato all’arte in seguito a grandi crescite economiche in questo momento ci sono grandi potenze mondiali come la Cina che hanno acquisito enormi patrimoni: si ha bisogno di investire nella cultura come bene alternativo, è un rifugio ma anche una crescita intellettuale. Neanche durante l’ultima guerra gli uffici di Christie’s erano stati chiusi. Le aste online e quelle con più sedi che interagiscono tra loro in diretta è stata la modalità vincente; negli ultimi mesi abbiamo superato il novanta tre per cento di venduto, il primo quadrimestre del 2021 è stato concluso al di sopra del budget che ci eravamo prefissati. È un mondo privilegiato, noi siamo fortunati perché possiamo abitarlo.

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